C’era una volta un gruppo di bambini, delle biciclette che correvano nel buio e una città che sembrava troppo piccola per contenere tutto quello che stava per succedere. Stranger Things è iniziata così, come una storia semplice raccontata sottovoce. Dieci anni dopo, quella storia ci ha lasciato addosso emozioni difficili da spiegare, perché nel frattempo non sono cresciuti solo i personaggi, ma siamo cresciuti anche noi.
Abbiamo iniziato seguendo un gruppo di ragazzini in bici, con gli zaini troppo grandi e la fantasia ancora più grande. Li abbiamo visti affrontare mostri, laboratori segreti e mondi paralleli, ma soprattutto li abbiamo visti crescere. E mentre loro cambiavano, cambiavamo anche noi.
La magia di Hawkins

Stranger Things ha avuto il potere raro di raccontare l’adolescenza senza idealizzarla, mostrando la paura di essere diversi, il dolore della perdita, la forza dell’amicizia come unico vero superpotere.La serie ha saputo mescolare generi e generazioni. È stata un atto d’amore verso gli anni ’80, ma senza restare prigioniera della nostalgia. Ha riportato in vita biciclette, walkie-talkie, sintetizzatori e canzoni dimenticate, trasformandole in un linguaggio universale anche per chi quegli anni non li ha mai vissuti.
In un’epoca di binge watching veloce e storie usa e getta, Stranger Things si è presa il suo tempo, costruendo attese, teorie, emozioni condivise.
E poi ci sono loro

Undici, Mike, Dustin, Lucas, Max, Will, Steve, Nancy, Jonathan, Hopper. Nomi che oggi non sono solo finzione, ma parte di tutti noi. Ognuno ha rappresentato qualcosa: la fragilità, il coraggio silenzioso, il sentirsi fuori posto e il bisogno disperato di essere accettati. Non eroi perfetti, ma persone. Ed è forse per questo che li abbiamo amati così tanto.
I veri valori, forse ormai persi
Stranger Things ci ha ricordato che il male non è sempre visibile, che a volte si nasconde, ma ci ha anche detto che resistere è possibile, soprattutto insieme. Che l’amicizia può essere rumorosa, imperfetta, persino dolorosa, ma resta l’ancora a cui tornare.
Speriamo non sia un addio
Ora che tutto è finito, resta un vuoto strano. Come quando si saluta qualcuno che ha fatto parte della nostra routine per anni. Ma resta anche gratitudine. Per le storie raccontate, per le emozioni condivise, per averci fatto sentire meno soli, anche solo per un episodio alla volta. Ci ha accompagnato mentre cambiavamo scuola, amicizie, città, versioni di noi stessi. È stata una certezza in un mondo che cambiava in fretta.
Grazie Stranger Things, per averci accompagnato per dieci anni. Per averci fatto paura, ridere, piangere e si, anche innervosire a volte. Per averci insegnato che, anche quando il mondo sembra capovolgersi, vale sempre la pena restare dalla parte giusta. Magari in bici, con gli amici accanto, pronti ad affrontare il prossimo Sottosopra.

