Il leggendario regista coreano Park Chan-Wook, osannato autore di Old Boy e Mademoiselle, è ritornato al cinema con No Other Choice, una pellicola che parla del mondo alienante del lavoro e delle pressioni sociali che gli ruotano attorno. Una critica al sistema capitalistico, allo sfruttamento dei lavoratori visti come ingranaggi facilmente sostituibili, e alla competitività tossica che nasce fra persone della stessa classe sociale. Un film grottesco e violento nel lanciare il suo messaggio, ma che manca di creatività e ambizione, e si rivela al di sotto delle aspettative di fronte a uno dei maestri del cinema contemporaneo.

Man-soo è un affettuoso marito e padre di famiglia e un pluripremiato dipendente della Solar Paper innamorato del proprio lavoro. Dopo aver dedicato decenni della sua vita a lavorare nella sua azienda ed essersi dimostrato un cittadino modello e servo del capitalismo viene licenziato a causa di un ridimensionamento del personale. La perdita del lavoro viene vissuto da Man-soo come un trauma, che vede la propria vita perdere di significato.
Il suo status sociale e la sua sicurezza finanziaria crollano su sé stesse e, nonostante cerchi di mantenere il suo contegno e la sua dignità, dentro si sé sente una tempesta emotiva di umiliazione e panico che lo investe, e che presto colpirà anche la sua famiglia. Man-soo cerca disperatamente lavoro, manda curriculum a tutte le aziende, accetta colloqui e si sottopone anche a situazioni umilianti e imbarazzanti. Di fronte a una condizione insostenibile Man-soo ha una idea perversa e pericolosa, decide di mandare il suo curriculum ad una azienda cartiera per una posizione di responsabile ed eliminare uno ad uno tutti i suoi avversari per ottenere il posto.
Tanta Tecnica e Poca Sostanza
Il cuore della storia fatica a trasformare la satira in una vera e propria tragedia umana. Pur esplorando problemi enormi, con cui la nostra società spesso combatte, come ansia economica e precarietà, Man-su rimane più un simbolo un po’ grottesco che un uomo realmente sopraffatto dalla perdita di tutto, cosa che si percepisce davvero parecchio durante la visione… e questo riduce l’impatto emotivo di un tema che ben affrontato oggi, potenzialmente, è devastante. Le conseguenze che vive Man-soo sembrano poco impattanti sulla sua vita: perde i suoi due cani, rimangono con solo una macchina e (tragicamente) disdicono Netflix. Man-soo e la sua famiglia non perdono la loro lussuosa villa e non soffrono certo la fame.

A livello tecnico il film è sicuramente indiscutibile. La regia di Park Chan-Wook è molto solida: la camera è fissa a simboleggiare l’autenticità degli eventi, trasformando lo spettatore in un testimone, aiutando il film a rallentare e a creare tensione in alcune scene. La scenografia è estremamente curata e le performance attoriali sono di alto livello. Ma il vero problema è la sceneggiatura traballante.
Il primo atto è eccessivamente lungo, si trascina per troppi minuti risultando alla lunga poco coinvolgente, portando così il secondo atto ad essere troppo coinciso e con pochi approfondimenti, o al più accennati, sul lato psicologico. Uno degli aspetti meno convincenti è proprio il protagonista, e tutti gli eventi che portano al suo mutamento, cioè la sua decisione di uccidere tutti i candidati del posto di lavoro.
Un Personaggio Troppo Forzato
Man-soo ci viene presentato come un amorevole e apprensivo padre di famiglia, un affettuoso marito e un cittadino esemplare. Un uomo quieto e razionale, a tratti ingenuo. Appassionato di botanica e dal carattere estremamente mite e sensibile, tanto che in una scena vediamo Man-soo sentire gli insetti che rodono le foglie di una pianta. Quindi, non si capisce come un uomo così sensibile possa diventare uno spietato serial killer. Non basta sicuramente qualche tremolio alla gamba durante il colloquio e la figlia che non può più seguire le lezioni di violoncello. Sembra che il mutamento di Man-soo avvenga per una esigenza di sceneggiatura.

Il turning point che introduce il secondo atto è estremamente debole, non c’è nessun evento che cambia le carte in tavola o che introduce nuovi elementi. Man-soo decide di mettere in atto il suo piano di pulizia dei papabili candidati al posto di lavoro semplicemente sulla base di una battuta della moglie. L’interpretazione di Lee Byung-hun è sicuramente sprecata per un ruolo che si rivela macchiettistico e caricaturale.
A Metà fra Thriller e Commedia
Dopo un inizio interessante troppo dilungato, e che si trascina prima di entrare nell’azione, il film cerca di alternare registro narrativo unendo le dinamiche thriller con la dark comedy. Le sequenze di pedinamento e il confronto con le vittime mancano di tensione, e puntano più sul lato comico e grottesco. Il film manca di creatività e inventiva narrativa e di colpi di scena risultando abbastanza lineare nel terzo atto senza un vero e proprio climax, il che stupisce quando si parla del regista de la Trilogia della Vendetta e Mademoiselle. Le scene action non mancano e la prima è anche ben coreografata, ma mancano della giusta quantità di violenza e sanguinosità.

Inoltre, il film non riesce a creare la giusta tensione o ansia per un potenziale smascheramento dei crimini del protagonista da parte della moglie o della polizia, portando lo spettatore a chiedersi “Come farà a uscire da questa situazione?”. In una scena vediamo la moglie di Man-soo scoprire il cadavere nel giardino, e questo potrebbe essere un turning point interessante e portare il film su una strada totalmente diversa creando tensione e preoccupazione per il destino del protagonista. Invece, la moglie fa finta che non sia successo niente e il film prosegue nella sua linearità.
Nasciamo Malvagi o lo Diventiamo?
Il film vorrebbe porre lo spettatore davanti a una domanda scomoda: Man-soo è nato cattivo o lo è stato reso da un sistema di sfruttamento disumanizzante? La domanda purtroppo cade nel vuoto, poiché è impossibile rispondere a tale domanda a causa della scarsa quantità d’informazioni offerte dalla pellicola. Ciò che fa Man-soo non sembra né una serie di atti delittuosi che è costretto a compiere per riconquistare la sua dignità né una serie di atti compiuti per pura malvagità, ma appare come un gioco infantile nato da un’idea improvvisa per combattere la noia.
A causa di un altalenante uso dei registri la domanda non arriva né a formarsi né a colpire in pieno. Man-soo si trasforma in uno spietato mostro omicida, ma questo non ha alcun tipo di effetto sulla sua vita, sulla sua psiche, sulla sua famiglia o sul suo status sociale.
Conclusioni

Nonostante una regia solida, un cast e un comparto tecnico davvero ben riuscito, No Other Choice fatica a trovare una vera e propria spinta inventiva. Il film procede senza colpi di scena capaci di sorprendere o coinvolgere davvero lo spettatore, come invece fu per Parasite, limitandosi a ribadire un messaggio che resta sempre fin troppo prevedibile. Il film affronta perfettamente un sentimento diffuso di frustrazione verso un sistema lavorativo, tossico e stressante, fa un errore madornale però: si ferma alla superficie, senza riuscire ad aggiungere uno sguardo nuovo o una riflessione realmente incisiva su un tema già troppo esplorato.
No Other Choice manca delle giuste stoccate, degli affondi scomodi, improvvisi e fuori dagli schemi a cui ci ha abituato il grande cinema di Park Chan-Wook, con le sue verità amare difficile da digerire. In questo film sembra che il regista coreano abbia preferito consolidare la sua fame di regista iconico circondato da un’aura di intoccabilità.
Il film merita sicuramente di essere visto perché contiene numerosi momenti di interessante messa in scena, con scene tragicomiche e grottesche. Ma avremmo preferito vedere un film che esplorasse più a fondo le conseguenze di un tale mutamento psicologico, in un uomo che si ritrova da un giorno all’altro senza più nulla, sulla sua reazione ad una vita al di sotto delle sue aspettative. Del suo disagio emotivo nell’affrontare tale cambiamento con la famiglia e le persone vicine a lui. Il film sviluppa parzialmente le sue sottotrame e il finale si rivela prevedibile e poco incisivo.

