L’ascesa del fenomeno Stranger Things è innegabile, chiara e obiettiva. Al netto delle ultime polemiche, resta il fatto che Netflix e i fratelli Duffer sono stati capaci di codificare un nuovo linguaggio fatto di citazioni, per nulla nascoste, capaci di fare colpo sulle nuove generazioni. Si aggiunga al pacchetto l’estetica pop degli anni ’80 e un cast eccezionale che, oltre che per la qualità, va lodato per essere stato capace di creare empatia e figure di riferimento per un’intera generazione.
Stranger Things, inoltre, non è stata solo una serie, ma una “potenza” economica e statistica. Al termine della sua corsa, lo show ha superato la quota incredibile di 1,2 miliardi di visualizzazioni complessive su Netflix, confermandosi come il contenuto più visto nella storia della piattaforma. Solo il debutto della quinta stagione ha polverizzato ogni record precedente, registrando circa 60 milioni di visualizzazioni nei primi cinque giorni. L’impatto di questa serie, dunque, è innegabile e va ben oltre lo schermo.
L’estetica della nostalgia: quando l’atmosfera diventa sostanza
Voglio riscriverlo subito: il successo di Stranger Things è evidente. Lungi da me erodere le vostre convinzioni e l’affetto che avete provato, e state provando ancora, per la storia e i suoi protagonisti. Tuttavia, da buona pignola, a serie finita e fresca di binge watching, mi preme avanzare alcune considerazioni del tutto personali.
Altro veloce chiarimento: io amo, adoro e vorrei aver vissuto gli anni ’80, ma ahimè sono figlia del punk anni ’90 e del suo anticonformismo. La mia scelta è stata quella di aspettare la fine della serie, barricandomi in casa e schivando, come neanche Keanu Reeves, qualsiasi tipo di spoiler, con non poca fatica. La mia idea era quella di assaporare in un sol boccone e con obiettività una serie acclamata da schiere di fan impazziti, che ha saputo trasformare un richiamo estetico in un fenomeno globale.
Tuttavia, guardare Stranger Things tutta insieme si è rivelata un’esperienza che ha esposto il fianco della serie. Il binge watching ha messo in evidenza una consapevolezza: se togliessimo i volti dei protagonisti, rimarrebbe solo un raffinato esercizio di stile.

Stranger Things ha saputo fare del citazionismo e degli anni ’80 uno stile di vita e l’aspetto più interessante è stato vedere come il pubblico fosse consapevole di questa manovra. Tuttavia, non ne era disturbato. Questa consapevolezza, infatti, non ha rotto l’incantesimo della narrazione. Per questo si può subito dichiarare come la scrittura qui non sia stata la chiave del successo.
Guardando la serie tutta insieme, è apparso chiarissimo come le stagioni fossero un “copia e incolla” delle precedenti in quanto a sviluppo narrativo. I meccanismi che mandavano avanti e risolvevano le avventure dei giovani protagonisti erano sempre gli stessi: c’è il Mind Flayer/Demogorgone/Vecna che attacca e Undici lo sconfigge con i suoi poteri telecinetici.
Nel mezzo? Musiche e colori anni ’80, un po’ di scene splatter qua e là, drammi adolescenziali neanche poi analizzati tanto a fondo (giuro che The Vampire Diaries lo fa meglio) e Steve Harrington che nel corso delle stagioni diventa il vero protagonista della serie. Ora vi faccio una previsione degna di Mago Merlino: sarà l’unico attore della serie che avrà una carriera decente.
L’utilizzo di ChatGPT per scrivere Stranger Things? Presumibilissimo, e non sapremo mai la verità, anche se proprio in queste ora sta circolando la notizia quasi certa che i Fratelli Duffer in realtà non si siano appoggiati alla nota intelligenza artificiale per scrivere la serie. Sta di fatto che, nel caso l’avessero usato, chiedo gentilmente a Netflix di pagargli un corso sull’utilizzo di prompt per la scrittura della prossima serie in cantiere. Nel caso non l’avessero usato, tanto di cappello alla fortuna sfacciata (no, non credo ci sia bravura) che hanno avuto nel beccare le giuste citazioni.
Stranger Things: oltre il cast non c’è di più
Stranger Things è diventata un successo generazionale non per la rivoluzione della sua scrittura, composta da un mosaico di citazioni che spaziano da Spielberg a King, da Alice nel Paese delle Meraviglie a Nightmare, ma perché ha saputo rispondere a un bisogno ancestrale: quello di avere amici con cui passare il tempo. Mentre la narrazione si contorceva in meccanismi ripetitivi, il cast si trasformava nelle icone di un’intera epoca.
Inoltre, gli attori di Stranger Things sono cresciuti davanti alle telecamere. Questo ha creato un “trauma bonding” reale che il pubblico ha percepito come sincero. I personaggi sono diventati persone care di cui non si può fare a meno. Il legame tra Mike, Will, Dustin, Lucas e Undici non è basato sulla genetica, ma sulla lealtà radicale.
E qui il vero miracolo l’ha fatto Carmen Cuba, nota direttrice di casting. Ricordiamoci sempre che i titoli di coda di una produzione sono lunghi per una buona ragione e in quell’elenco i direttori di casting compaiono come parte fondamentale, al pari di un regista. E finalmente anche l’Academy se ne è accorta dando il via proprio nel 2026 alla nuova categoria “Miglior Casting”.

Il cast di Stranger Things, dunque, è riuscito a colmare le lacune di una scrittura molto elementare. Jamie Campbell Bower, con la sua interpretazione di Henry Creel/Vecna, ha elevato monologhi che, in mano a un attore meno carismatico, sarebbero risultati piatti. Joe Keery ha saputo dare carisma e simpatia a un personaggio negativo, nato come secondario e culminato come uno dei veri protagonisti. Winona Ryder e David Harbour non avevano bisogno di presentazioni e hanno svolto il loro compito egregiamente, ma, se devo essere sincera, anche qui hanno funzionato gli attori e non la narrazione dei personaggi.
Joyce Byers, se nella prima stagione presentava una certa profondità emotiva, termina la serie con frasi ripetitive e come una mera macchietta assolutamente inutile ai fini della trama (ridatemi le Nozze Rosse, a buon intenditor poche parole). Perché? Per via di una scrittura superficiale che ha dato più spazio ai sensazionalismi, agli spappolamenti di cervelli e ai mostri. Una semplice, veloce e scontata autocelebrazione.
Però, a noi Winona piace e così anche Joyce. In Will Byers ci siamo immedesimati, nonostante non abbia fatto nulla per tre stagioni se non parlare come Topo Gigio. Il suo coming out? Una scena forzata, priva del climax narrativo che le spettava di diritto. Gli unici “indizi” sono stati una battuta di Mike e sguardi imbarazzati. Vogliamo approfondire la psicologia di questo ragazzino o vogliamo continuare a sbrodolarci sull’aver inventato i Demogorgoni ogni tre per due? E qui ripropongo una domanda che impazza sul web: come è possibile eliminare un personaggio centrale come il Demogorgone nel finale, snaturando la narrazione? Forse Vecna aveva deciso che loro non erano più utili? Benissimo, ma ditelo! Non possono apparire o scomparire elementi a caso.
Ultimissimo esempio: gli appunti del Dottor Brenner che Dustin trova nel laboratorio rivelano che il Sottosopra è un gigantesco Wormhole. Ma se la porta per il Sottosopra è stata aperta da Undici nel 1983 e il tempo è rimasto fermo a quella data, come è possibile trovare un libro che racconta studi effettuati successivamente? Brenner non aveva idea di cosa fosse composto il Sottosopra all’epoca. Questo è un buco di trama più grande del Wormhole stesso!
L’Eredità di Hawkins: perché la “Famiglia Scelta” vince sempre

All’inizio del 2026, il dibattito su Stranger Things ha raggiunto livelli paranoici con il fenomeno del “Conformity Gate”. Subito dopo il finale del 31 dicembre, migliaia di fan si sono convinti che la conclusione mostrata fosse un “finto finale” creato da Vecna per intrappolare i ragazzi (e gli spettatori) in un sogno.
La teoria, alimentata da piccoli indizi come un orologio impostato sull’1:07 in un video promozionale, sosteneva che un nono episodio segreto sarebbe stato rilasciato a sorpresa il 7 gennaio (Natale ortodosso). Teoria, forse, alimentata anche dallo stesso Netflix che, ad un certo punto, fece comparire la scritta “Nuovi episodi” nel catalogo della serie. E nonostante le smentite ufficiali dei fratelli Duffer, questo delirio collettivo ha dimostrato che il legame emotivo con Hawkins era ormai così forte da spingere il pubblico a rifiutare la fine della ufficiale della serie.
Cosa possiamo dire a questo punto? Stranger Things non verrà ricordato per l’originalità della sua scrittura, ma per aver trasformato la visione di una serie in un rito collettivo domestico. La serie ha dimostrato che, in un’era di incertezza, il pubblico non cerca necessariamente una scrittura perfetta, ma un luogo sicuro dove rifugiarsi.
La “Famiglia Scelta” di Hawkins ha funzionato come un’ancora emotiva per la Generazione Z, normalizzando l’alfabetizzazione emotiva e la solidarietà tra emarginati. Le perdoniamo i buchi di trama e i deus ex machina perché, alla fine, quello di cui avevamo bisogno non era capire come finisse il mondo, ma assicurarci che quegli amici sulle loro biciclette riuscissero a salvarsi l’un l’altro ancora una volta.
Fonti e Approfondimenti:

