Rivedere Avatar (il primo) da adulti fa male. E forse deve farlo.La prima volta che ho visto Avatar ero più giovane. Ricordo i colori, la bellezza di Pandora, la sensazione di essere davanti a qualcosa di “grande”. Oggi, rivedendolo da adulta, mi sono resa conto che non è lo stesso film. O forse sono io a non essere più la stessa.Perché quando cresci, non guardi più solo, ma capisci.
Le scene che un tempo sembravano lontane, quasi da favola, oggi colpiscono come pugni allo stomaco. L’arrivo delle gru, delle macchine che avanzano nella foresta, non è più fantascienza. È un’immagine che conosciamo bene. È ciò che accade ogni giorno nel nostro mondo: alberi abbattuti, animali scacciati, terre devastate in nome di uno sviluppo che troppo spesso non tiene conto di chi, o cosa, resta indietro.
Il messaggio di Pandora

Avatar parla di un pianeta lontano, ma il suo messaggio è terribilmente vicino. Parla di un’umanità che prende senza chiedere e che distrugge senza ascoltare. Parla anche di connessione, di rispetto, di amore profondo per la natura e per gli animali. Un amore che non è ingenuo, ma necessario. Perché su Pandora tutto è legato: ogni creatura, ogni radice e ogni respiro.
Cosa siamo diventati

E guardandolo oggi non si può fare a meno di chiederci quando abbiamo smesso di ricordarcelo anche qui. La tristezza arriva proprio lì, nella consapevolezza che ciò che vediamo nel film, in versione animata, è ormai all’ordine del giorno. Che stiamo vivendo in un mondo sempre più simile alla parte “sbagliata” del film. E che spesso ci abituiamo, normalizziamo e passiamo oltre. Eppure Avatar non è solo denuncia. È anche un invito a rallentare, a osservare e a recuperare empatia. A ricordare che la natura non è una risorsa, ma una relazione e che gli animali non sono inferiori, ma compagni di viaggio su questo pianeta fragile.
Rivederlo da adulti fa male, sì. Ma è un dolore che serve. Perché ci costringe a guardare dove siamo arrivati… e a chiederci se vogliamo davvero continuare così.Forse la vera domanda che Avatar ci pone oggi non è da che parte stiamo, ma quanto siamo ancora disposti ad ascoltare la Terra prima che smetta di parlare.

