Non era solo una serie, era un appuntamento, un rifugio. La definirei come una casa con le lucine di Natale appese alle pareti. Quando Stranger Things si è avvicinata alla fine, la domanda non è stata “come finirà?”, ma “perché deve finire?”. E da lì è nato tutto: l’attesa spasmodica, la speranza di un episodio in più, di una stagione extra, di uno spin-off o di qualunque cosa potesse rimandare l’addio.
Ma perché abbiamo desiderato così tanto restare ancora a Hawkins?
Forse non è nostalgia, ma direi appartenenza… Certo, c’è la nostalgia anni ’80, le biciclette, i walkie-talkie, le canzoni che sembrano provenire da una vita precedente, ma ridurre tutto a questo sarebbe ingiusto. Stranger Things ha fatto qualcosa di più raro, ha creato un senso di appartenenza. Guardarla significava tornare ad un’idea di amicizia assoluta, in cui il gruppo viene prima di tutto. In cui si cresce, si cambia, si sbaglia, ma si resta insieme. Non importa quanti mostri arrivino dal Sottosopra. E quando una storia diventa questo, lasciarla andare fa male.
Il problema non è che vogliamo “di più”

Si dice spesso che il pubblico di oggi sia insaziabile. Che non si accontenti mai. Che voglia sempre nuove stagioni, nuovi contenuti e sempre nuove spiegazioni. Nel caso di Stranger Things il desiderio di “ancora un episodio” non nasce, secondo me, dall’insoddisfazione, ma dall’attaccamento. È la stessa sensazione che si prova finendo un libro quando, rileggendo l’ultima pagina più volte, non si vuole voltarla del tutto e mettere il libro sullo scaffale…
Non chiediamo di più perché non basta.
Chiediamo di più perché non siamo pronti. Le serie, oggi, non finiscono più e, quando lo fanno, ci spiazzano. Lo streaming ci ha educati a un’idea precisa: se qualcosa funziona, può continuare. Ci sono revival, reboot, universi narrativi espansi, spin-off di spin-off. La fine, ormai, sembra quasi un errore di sistema. Quando una serie decide davvero di chiudere, di dire “questa storia è completa”, il pubblico resta disorientato. Come se qualcuno avesse tolto la musica senza avvertire.
Stranger Things ha osato fare una cosa controcorrente, farci crescere insieme ai suoi personaggi e poi fermarsi. Fermarsi però significa affrontare una verità scomoda… anche le cose belle hanno una fine.
Dire addio è diventato difficile

Forse il punto è proprio questo, non è la serie il problema, ma noi. Viviamo in un’epoca che evita le chiusure, basti guardare come le relazioni restino sospese, le conversazioni non finiscono mai davvero o come i contenuti scorrano all’infinito. Dire addio richiede presenza emotiva, coraggio e richiede accettazione. Come se dire addio richiedesse coraggio. Stranger Things ci ha chiesto di fare una cosa che non facciamo spesso, cioè salutare qualcosa che ci ha fatto bene, con la paura che sia insostituibile o che, al suo posto, nulla sia più all’ altezza.
Hawkins come luogo emotivo
Hawkins non è solo una cittadina immaginaria dell’Indiana. È il luogo in cui siamo tornati quando avevamo bisogno di sentirci meno soli, dove l’amicizia sembrava semplice. Dove il male era riconoscibile e il bene combatteva per esso. Volevamo un altro episodio perché volevamo restare lì ancora un po’. Non per sapere cosa succedesse, ma per sentire come ci faceva stare emotivamente e mentalmente.
Forse va bene così o forse ci stiamo confondendo
Forse una storia funziona davvero quando il suo finale ci manca, quando ci accompagna anche dopo i titoli di coda. Quando non chiede di continuare, ma di essere ricordata. Allora, forse, la domanda non è se non sappiamo più accontentarci, ma se stiamo imparando a confondere il consumo con il legame. Stranger Things non ci ha lasciati con la fame di altro, ma con la nostalgia di qualcosa che ci ha fatto sentire a casa.
E forse non è vero che non sappiamo accontentarci, ma alcune storie diventano parte del nostro bagaglio emotivo. E dire addio a una parte di sé, anche quando è solo una serie, non è mai semplice.

